Progettare Futuri Possibili · 3ª edizione
Dare sostanza alle cose sperateIntervista a Paola Albini
3 Domande a Paola Albini, Presidente della Fondazione Franco Albini · a cura di Laura Solimene

Paola, qual è l’intuizione da cui nasce “Progettare Futuri Possibili” e quale idea di progetto e di futuro hai voluto costruire intorno al pensiero e al metodo di tuo nonno, Franco Albini?
Più che un’idea di futuro già definita, avevo il desiderio di “dare sostanza alle cose sperate”, come diceva Persico. Era una speranza di futuro, ma anche una chiamata a rendere vivo e contemporaneo l’Archivio Albini, dichiarato “patrimonio nazionale”.
L’idea è nata dal momento storico che stiamo attraversando e dalla missione sociale che mio nonno concepiva come parte integrante del ruolo dell’architetto e del designer, chiamati a incidere concretamente sulla vita delle persone e a migliorarne la qualità.
In un’epoca di grande individualismo, Progettare Futuri Possibili voleva riportare i giovani progettisti a lavorare insieme, allontanandoli dalla ricerca dell’affermazione personale, in nome di un progetto collettivo.
Credo che la forza di questo format stia proprio nella condivisione e nell’interconnessione. Si generano occasioni di incontro tra i giovani talenti e le imprese, in un confronto che genera opportunità di crescita per entrambi: da un lato, i ragazzi entrano in contatto con realtà che offrono sbocchi professionali e dall’altro, le aziende possono conoscere e valorizzare nuovi talenti.
Questo è possibile perché il format è costruito come un percorso che accompagna i progettisti dalla formazione alla realizzazione concreta di un’idea. Si parte da un concorso esteso a tutte le Università Italiane e agli architetti e designer under 35, invitandoli a confrontarsi con temi progettuali specifici. Dal Contest vengono poi selezionati 3 giovani talenti, ciascuno con una proposta originale.
Parallelamente, la Scuola del Design del Politecnico di Milano, Partner di Progettare Futuri Possibili, dedica al progetto un corso extracurricolare - Passion in Action - che offre ai suoi studenti l’opportunità di approfondire la riflessione e di prepararsi al concorso.
I vincitori prendono poi parte a un workshop residenziale sul Metodo Albini. A Casa Albini in Gallura, Sardegna, vengono immersi in un contesto prima di tutto umano, lontano dai rumori della città e della vita quotidiana.
È un luogo speciale che permette di spostare lo sguardo e immergersi nei principi del Metodo Albini, ispirati dalla natura e dalle opere di Design che abitano le stanze progettate dallo Studio Albini Associati.
Attraverso i 5 principi consequenziali e interconnessi (scomporre, cercare l’essenza, ricomporre, verificare e agire con responsabilità sociale) il Metodo Albini guida il nostro workshop. Lavorando sui singoli progetti ne cerchiamo l'essenza, per poi ricomporre le tre idee di partenza in un unico progetto collettivo, destinato ad essere concretamente realizzato.
Mio nonno diceva che è “più attraverso le nostre opere che diffondiamo le idee, che attraverso noi stessi.” e Progettare Futuri Possibili nasce proprio per offrire ai giovani l’opportunità di dare voce e forma alle proprie idee.
Quest’anno il format entra in dialogo con Bentley Home: due realtà con linguaggi e identità apparentemente differenti. Che cosa significa per te mettere il Metodo Albini in relazione con un’azienda di riferimento del design contemporaneo di alta gamma? E che cosa può generare questo confronto?
Apparentemente sì, siamo diversi; Albini lavorava per rendere visibile ciò che normalmente resta nascosto: portava fuori ciò che stava dentro, mettendo in evidenza la struttura portante e riducendo all’essenziale il materiale necessario.
Bentley Home, invece, attribuisce un ruolo centrale ai materiali, ai rivestimenti e alle finiture, attraverso una ricerca e una lavorazione che richiedono tempo, competenza artigianale e grande attenzione al dettaglio.
Ma il mondo di Albini e quello di Bentley Home sono allineati sulle stesse domande, su un’identità che si è affermata nel tempo e sull’importanza che entrambi danno allo sviluppo di un processo lento, alla maniacale attenzione al dettaglio e alla durata degli oggetti.
Entrambe le realtà fondano le proprie scelte sui “Perché” si fanno le cose (proprio come faceva Albini con la sua R arrotolata) e sull’importanza di dedicare cura e tempo a ciò che si realizza. In un’epoca in cui tutto è veloce - fast food, fast fashion, fast design-, la cura del dettaglio, dell’artigianalità, diventano elementi distintivi per fare la differenza.
Questa, a mio parere, è una sfida appassionante per dei giovani progettisti, proprio perché mette in relazione, come dici tu, due mondi progettuali apparentemente opposti, ma che in realtà sono accomunati da alcuni principi fondamentali.
L’obiettivo è trovare un punto d’incontro tra questi due approcci e capire come possano parlarsi senza perdere la propria identità.
“Progettare Futuri Possibili” quest’anno giunge alla sua terza edizione, come immagini la sua evoluzione? E che cosa vorresti che i giovani progettisti portassero con sé da questa esperienza, al di là del risultato del concorso?
Il futuro che immagino e che spero per questo progetto è che possa diffondersi trasversalmente in tanti ambiti e generare valore nei contesti in cui opera.
Mi auguro che i lavori dei giovani progettisti possano contribuire a dare vita a nuovi comportamenti, tanto nell’architettura quanto nel design. L’architettura, in fondo, è un linguaggio. Pagano la definiva “il notaio della storia”: gli spazi e gli oggetti che progettiamo raccontano il nostro tempo, ma possono anche influenzare il modo in cui le persone si incontrano e vivono insieme.
Vorrei quindi che il format potesse svilupparsi in luoghi differenti, contribuendo a costruire spazi capaci di far incontrare le persone e oggetti che abbiano in sé etica, significato e sostenibilità. Creazioni che possano diventare messaggeri di nuovi modi di incontrarsi, stare insieme e abitare gli spazi.
Ma ciò che desidero che i progettisti portino con sé, e che in effetti sta già accadendo, è innanzitutto un’esperienza umana. Nelle due edizioni precedenti abbiamo coinvolto talenti provenienti da nazioni e culture differenti che, proprio a Casa Albini, hanno avuto l’opportunità di incontrarsi davvero.
Li abbiamo osservati cambiare radicalmente nel corso di una settimana. Abbiamo assistito alla nascita e al consolidamento di relazioni che sicuramente dureranno nel tempo. Abbiamo vissuto un confronto caratterizzato dal rispetto reciproco.
Quando questo progetto è cominciato, mio padre mi diceva: “Ma questi si ammazzeranno, a dover fare un passo indietro rispetto al proprio risultato personale in nome di quello collettivo!”. Invece, è stata una vera rivelazione. In questo viaggio nel Metodo Albini, in questa immersione nella natura, quei ragazzi hanno dato il meglio di sé e hanno fatto emergere anche il meglio di noi, generando un’energia che si è impressa nel progetto.
Chi, ad esempio, oggi entra in Umbral, l’architettura emersa dalla prima edizione e ricostruita a Casa Albini, ne esce spesso dicendo: “in questo posto si respira un’energia incredibile”.
Ecco, io credo che l’umanità con cui nasce un progetto, lasci un’impronta palpabile in chi lo abita e lo vive. E di “buoni segni”, oggi ne abbiamo bisogno più che mai.
Sai, per il futuro di Progettare Futuri Possibili spero che questa esperienza cresca e abbracci più persone possibili. Ma soprattutto desidero che le idee dei giovani progettisti vengano ascoltate, diventino opere concrete, entrino nei territori e contribuiscano a trasformarli.
Perché, in fondo, progettare il futuro significa proprio questo, no? Prima lo immagini, e poi inizi a costruirlo insieme...
a cura di Laura Solimene
La terza edizione di Progettare Futuri Possibili è aperta fino al 3 novembre.
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