Oggi voglio raccontarvi la storia di una ragazza piena di dubbi su sé stessa e sulla strada da prendere, che un bel giorno ha aperto un cassetto dell’archivio di suo nonno e ha iniziato a conoscere se stessa andando alla ricerca delle sue radici
Il nonno di questa ragazza si chiamava Franco Albini ed era considerato un Maestro della progettazione architettonica, del design e degli allestimenti museali, niente più lontano dal mondo di lei, che invece era un’innamorata del teatro, delle pratiche spirituali, della vita in genere.
Una di quelle che sperimentano tutto senza approfondire veramente niente. Lui razionalista, lei “emotivista”, lui silenzioso, lei ciarliera, lui Maestro, lei indisciplinata discepola.
Chi fosse veramente Franco Albini lei non lo sapeva, si, sapeva che era un grande architetto, designer, urbanista ma poco di più.
È stato solo dopo la morte di suo nonno, andando in profondità del suo operato, che questa ragazza ha iniziato piano piano a capire cosa significasse “pensare diverso”, uscire dagli schemi del conosciuto e generare innovazione per sé e per gli altri. Era profondamente affascinata dall’idea di comprendere quali fossero gli ingredienti che avevano portato un suo parente ad essere un innovatore, un uomo capace di scomporre e ricomporre la realtà, di proiettarsi nel futuro e fornire soluzioni a bisogni che ancora dovevano emergere.
E Franco Albini era un innovatore; un professionista che considerava la sua professione come una missione per rendere il mondo un posto migliore.
Pensate che già negli anni ‘30, quando ancora non esisteva il Design in serie, Albini già pensava a mobili scomponibili, riassemblabili, facilmente trasportabili e ricomponibili, portando per primo la vite a brugola all’interno del mobile di design e anticipando Ikea di una ventina d’anni.
Lui diceva che “è più dalle nostre opere che diffondiamo delle idee che non attraverso noi stessi” e questa frase era entrata sotto la pelle di sua nipote. Suo nonno, uomo taciturno e silenzioso, aveva nascosto nelle sue opere, messaggi nella bottiglia arrivati fino a lei. E le aveva insegnato la dignità, il rispetto per sé stessi, l’orgoglio della modestia e soprattutto la coerenza.
Nella sua vita Franco Albini ha realizzato più di 22.000 disegni che spaziano nel campo dell’architettura, del design e dell’urbanistica ma nonostante i diversi ambiti di intervento, nella sua opera si legge sempre uno stesso modo di procedere, una stessa cifra stilistica, un’identità ben precisa.
Ma come è possibile che il disegno di un edificio o di un piano urbanistico segua uno stesso procedimento? Cosa lega progetti così diversi tra loro?
Nel caso di Albini viene da rispondere la leggerezza, il rigore, la razionalità poetica ma ogni effetto “formale” delle sue opere, ha origine da: un Metodo, oggi battezzato il Metodo Albini, che non solo è uno strumento per la “buona progettazione” ma anche per la “buona vita” e i cui primi principi sono: scomporre, cercare l’essenza e ricomporre in forma nuova.
Principi che Albini legava in maniera diretta alla progettazione, scomponendo in pezzi oggetti e architetture tradizionali, eliminando orpelli e materiale superfluo per portare alla luce l’essenza e ricomporla in soluzioni innovative per la sua epoca. Come nel caso della sua radio in cristallo del 1938, ricavata da una vecchia radio di legno, un regalo di nozze, che Albini scompone in pezzi, per arrivare a ricomporre le componenti elettriche, ovvero l’Essenza, dentro lastre di cristallo, anticipando così l’High Tech di qualche decade e nascondendo nella trasparenza delle sue lastre un messaggio fondamentale per tutti noi; elevarsi, spogliarsi delle sovrastrutture e catturare l’anima, il nucleo, l’essenza di noi stessi e di quello che vogliamo creare.
A sua nipote questi principi sono improvvisamente apparsi come un modello rivoluzionario nella sua semplicità, attualissimo e di trascinante impatto per ogni percorso di crescita; passi consequenziali necessari per realizzare qualsiasi innovazione e cambiamento.
Per evolvere dobbiamo necessariamente scomporre i vecchi schemi, i condizionamenti, le antiche credenze, dobbiamo riconoscerle per poterle lasciare andare. Ed ecco che allora si crea lo spazio per ricomporre anche la nostra vita in forma nuova, più libera e creativa.
Vi è mai capitato di sentirvi imprigionati nella ripetizione di antichi schemi di comportamento che vi riportano sempre nello stesso punto?
È lì che dobbiamo rompere la scatola, come ha fatto Albini con la sua radio, prendere il coraggio di scomporre, cercare l’essenza e ricomporre in forma nuova… senza dimenticare gli altri due principi del Metodo Albini, la verifica e la responsabilità sociale.
Franco era letteralmente ossessionato dalla verifica, tanto che era capace di lavorare al progetto di una seggiolina anche per 15 anni, ma Verificare non significa solo monitorare il percorso ma anche fidarsi di un’intuizione e andarci a fondo, sempre più a fondo, per capire dove ci porta.
Albini ci insegna che quando un’idea è buona, è davvero funzionale, non va abbandonata ma va esplorata, migliorandola sempre, curandola nei dettagli e dandole tempo di manifestare tutte le sue potenzialità.
E poi c’è il quinto principio, agire con responsabilità sociale: il fondamento, il motore dell’azione, il principio cardine che trasforma il processo creativo in un contributo verso gli altri rendendo il “dopo di noi” la parte più lunga della nostra vita” come diceva Gio Ponti. “Certi uomini sono plurimillenari” e Franco Albini è forse uno di questi o quanto meno lo è stato per quella ragazza e per molte altre persone che lo hanno approfondito.
Lui non è stato solo un Maestro del Razionalismo Italiano, non più solo un nonno ma un uomo, parco di parole, che ci ha lasciato un Metodo, un’eredità spirituale, una segnaletica di orientamento per chi, come sua nipote, non aveva ben chiara la strada da percorrere.
Così, scomponendo, cercando l’essenza, ricomponendo, verificando e agendo con responsabilità sociale, quella ragazza è diventata donna e quella donna sono io, Paola Albini.
Io, che ho dovuto tornare indietro per andare avanti, che dopo anni di esperienza in teatro e una laurea in scienze dell’educazione, sono rimasta folgorata da un architetto che non ho mai conosciuto ma che, giorno dopo giorno, mi ha dato il coraggio di uscire dagli schemi e osare mescolare il suo mondo con il mio.
Così, ho scomposto l’eredità di mio nonno per ricomporla a modo mio, portando quello che avevo, il mio bagaglio di competenze, il mio amore per il teatro e per il funzionamento della mente umana e comprendendo mano a mano, quanto condividere questo Metodo insieme a professionisti in ambiti umanistici, potesse sostenere anche la vita degli altri.
Questo è il motivo per cui, accanto alla Fondazione è nata la Franco Albini Academy, che si discosta dalla progettazione architettonica e si avvicina alla progettazione umanistica creando percorsi trasformativi interdisciplinari fondati sul Metodo Albini, con la finalità di fornire strumenti e sostegno lì dove sentiamo che più serve: ai giovani adolescenti, che ancor prima di conoscere hanno bisogno di capire il proprio valore, imparare a collaborare e a mettere il proprio talento a servizio si sé stessi e del prossimo; agli studenti universitari per stimolare una riflessione sul proprio ruolo professionale nel rispondere ai bisogni della società e progettare soluzioni funzionali, sostenibili e inclusive.
Ma anche a tutte le persone in genere, sempre più smarrite in questo mare di complessità, aiutandole ad accettare la fragilità, a tornare a confrontarsi e ad affrontare le sfide in modo creativo… anche sfide come il cancro!
Durante il Covid abbiamo infatti usato il Metodo Albini per accompagnare 15 pazienti oncologiche in un workshop interdisciplinare che le ha portate a raccontare la loro trasformazione attraverso l’esperienza della malattia, affinché la loro storia fosse di sostegno a chi stava vivendo la stessa esperienza. Da questo percorso è nato uno spettacolo dal titolo “Il talento della malattia”, pensato per accompagnare le persone ad acquisire consapevolezza su cosa accade in termini emotivi, psicologici e relazionali quando si incontra la malattia e sul senso profondo che questa esperienza può portare in termini di cambiamento e rinascita.
Non trovate incredibile quanti frutti possono nascere dalla cultura del passato quando lo si percepisce in continuità con la nostra vita di oggi?
La Cultura è cosa viva, è la traccia di chi è venuto prima di noi che come in una sorta di staffetta, ci passa il testimone affinché possiamo fare la nostra parte. Ma insieme al testimone, i Maestri ci danno anche strumenti per rendere questa strada meno faticosa.
Ognuno di noi è chiamato a scomporre e ricomporre il proprio tempo, a reinterpretare l’eredità del passato per riscrivere nuove possibilità di futuro e tracciare un’eredità che un giorno, qualcun altro, raccoglierà.
*Testo tratto all’intervento di Paola Albini al TEDX Courmayeur *