Franco Albini 2017-04-11T12:30:09+00:00

FRANCO ALBINI

(Robbiate, 1905 – Milano 1977)

«E’ più dalle nostre opere che diffondiamo delle idee che non attraverso noi stessi» sosteneva Franco Albini.
E sono proprio le sue opere che ci parlano di lui, della filosofia sottostante il suo lavoro; di una tensione sociale forte, espressa senza ridondanze, perseguendo la cura ossessiva del dettaglio ed il costante perfezionamento di un’idea. Opere capaci di coniugare razionalità e fantasia, funzionalità e poetica. E’ il suo modo di progettare, “onesto ed etico”; sono le sue invenzioni museali che mirano all’educazione dello spettatore; i suoi pezzi di design capaci di coniugare artigianato e serializzazione e i suoi progetti urbanistici che rispecchiano le esigenze della civiltà moderna, che ci raccontano di un metodo sempre attuale.
Albini parlava poco e scriveva raramente, ma è riuscito a comunicarci i suoi “valori” attraverso un linguaggio fatto di atti concreti, capaci di segnare la storia dell’architettura italiana ed internazionale.

FRANCO ALBINI E IL RAZIONALISMO ITALIANO

“La tradizione come disciplina è argine alle licenze fantasiose, alla provvisorietà della moda, a dannosi errori dei mediocri. La tradizione non vive nelle opere, negli oggetti, nelle azioni degli uomini tout court; è tradizione quando gli uomini che vivono nel presente ne hanno coscienza e la riconoscono come propria in quelle opere e in quelle azioni”.

Franco Albini, 1905-1977

Dopo aver trascorso l’infanzia e parte della giovinezza a Robbiate in Brianza, dove è nato nel 1905, Franco Albini si trasferisce con la famiglia a Milano. Qui si iscrive alla facoltà di Architettura del Politecnico e consegue la laurea nel 1929. Dà avvio alla sua attività professionale nello studio di Gio Ponti ed Emilio Lancia, con i quali collabora per tre anni. Ha probabilmente qui i suoi primi contatti internazionali;all’Esposizione Internazionale del 1929 di Barcellona (dove Gio Ponti cura il padiglione italiano e Mies van der Rohe realizza quello della Germania) e a Parigi dove, come racconta Franca Helg, ha modo di visitare lo studio di Le Corbusier.
In quei tre anni,i lavori realizzati sono dichiaratamente di impronta novecentesca. E’ l’incontro con Edoardo Persico a segnare una chiara svolta verso il razionalismo e l’avvicinamento al gruppo dei redattori di “Casabella”. I commenti in parte ironici e in parte molto duri del critico napoletano ad una serie di disegni, realizzati da Albini per il progetto di alcuni mobili da ufficio, provocano in lui un grande turbamento. “Passai giorni di vera angoscia – ricorda Albini – Dovevo dare una risposta a tutte le domande. Ebbi anche la febbre, una grossa e lunga febbre”.
La nuova fase che quell’incontro ha provocato prende avvio con l’apertura del primo studio professionale in via Panizza con Renato Camus e Giancarlo Palanti. Il gruppo di architetti inizia ad occuparsi di edilizia popolare partecipando al concorso per il quartiere Baracca a San Siro nel 1932 e poi realizzando i quartieri dell’Ifacp: Fabio Filzi (1936/38), Gabriele D’Annunzio ed Ettore Ponti (1939).
Sempre in quegli anni Albini lavora alla sua prima villa (Pestarini), che Giuseppe Pagano, architetto e critico dell’epoca, presenta così: “Questa coerenza, che la rettorica superficiale dei giocolieri alla moda chiama intransigenza, e che è invece la base di intesa tra la fantasia dell’arte e la realtà del mestiere, in Franco Albini, è talmente radicata da trasformare la teoria in atteggiamento morale”.
Ma è soprattutto nel contesto delle mostre che il maestro milanese sperimenta il suo compromesso tra quel “rigore e fantasia poetica” di cui parla Pagano, coniando gli elementi che saranno tema ricorrente in tutte le declinazioni del suo lavoro – architetture, interni, pezzi di design. L’apertura nel 1933 della nuova sede della Triennale a Milano, nel Palazzo dell’Arte, diviene un’importante occasione per esprimere il forte carattere innovativo del pensiero razionalista, una palestra in cui sperimentare in libertà nuovi materiali e nuove soluzioni, ma soprattutto un “metodo”.
“Coltivata come laboratorio di comunicazione, l’arte dell’allestimento fu per i razionalisti della prima generazione ciò che la prospettiva era stata per gli architetti dell’umanesimo: il campo aperto a un’ipotesi di spazio che necessitava di profonde riflessioni prima di approdare alla concretezza del cantiere”.
Insieme a Giancarlo Palanti, Albini in occasione della V Triennale di Milano allestisce la Casa a struttura d’acciaio (con R. Camus, G. Mazzoleni, G. Minoletti e con il coordinamento di G. Pagano), per la quale progetta anche l’arredamento. Alla successiva Triennale del 1936, segnata dalla prematura scomparsa di Persico, insieme ad un gruppo di giovani progettisti radunati da Pagano nella precedente edizione del 1933, Franco Albini si occupa dell’allestimento della Mostra dell’abitazione, nella quale è presentato l’arredamento di tre tipologie di alloggio. L’allestimento di Stanza per un uomo, a quella stessa Triennale, ci permette di comprendere l’approccio acuto e ironico che fa parte di Albini, come uomo e come progettista: il tema affrontato è quello dell’existenzminimum e il riferimento del progetto è al mito fascista dell’uomo atletico e sportivo, ma è anche un modo per riflettere sugli alloggi a basso costo, la riduzione delle superfici al minimo e il rispetto del modo di abitare.
“Celebrare la bellezza della meccanica fu l’imperativo cui si attennero, per esempio, i sorprendenti allestimenti di Franco Albini che riuscì, nella sottile maniera di uno stile raffinato e rarefatto, a sublimarne il contenuto pratico nella metafisica di ardite nature morte: oggetti volanti che segnavano nel vuoto raffinati telai e intrichi metallici i nodi di una cartografia fantastica dove l’industria finalmente diventava arte libera dallo scopo”.
In quello stesso anno Albini e Romano progettano la Mostra dell’Antica Oreficeria Italiana: montanti verticali, semplici aste lineari, disegnano lo spazio. Un tema, quello del “pennone”, che sembra costituire il centro dell’evoluzione del suo processo produttivo e creativo. Il concetto viene rielaborato nel tempo, con la tecnica di scomposizione e ricomposizione propria della progettualità albiniana: nell’allestimento della Mostra di Scipione e di disegni contemporanei (1941) gli affusolati pennoni, su cui sono appesi i dipinti e le teche, sono sorretti da una griglia di cavetti d’acciaio; nello stand Vanzetti (1942) assumono la forma a V; nel negozio Olivetti a Parigi (1956) i montanti in mogano lucido sostengono i ripiani per l’esposizione delle macchine da scrivere e da calcolo. La riflessione su questo tema nasce dalla volontà di interpretare lo spazio architettonico, di leggerlo attraverso l’utilizzo di una griglia, di introdurre la terza dimensione, quella verticale, mantenendo un senso di leggerezza e trasparenza.
Il pennone si ritrova, però, anche in ambiti differenti da quelli allestitivi. Negli appartamenti da lui progettati, viene utilizzato come perno su cui i quadri possono essere sospesi e ruotati per consentire differenti punti di vista, ma al contempo come elemento capace di suddividere gli spazi. La libreria Veliero, realizzata in un unico prototipo nel 1940, presenta due montanti principali, costituiti da esili barre curvate e accostate, legati da una complessa tensostruttura. Il montante alleggerito si ritrova anche nella libreria LB7, prodotta da Poggi negli anni Cinquanta.
Come l’evoluzione del montante, anche la scomposizione e ricomposizione degli elementi architettonici e l’utilizzo del modulo, costituiscono gli elementi di un metodo che tende a semplificare i fenomeni complessi del progettare fino ai nuclei essenziali.
Albini è un progettista completo, la cui opera spazia dall’edilizia al design, dagli allestimenti all’urbanistica. Tra i suoi capolavori si annoverano: i Musei genovesi che cambiano il modo di fruizione dell’opera d’arte da parte del pubblico, il Rifugio Pirovano a Cervinia, la Rinascente a Roma e la Metropolitana di Milano, che ispira i progetti delle linee di New York e San Paolo.
Uomo silenzioso, rigoroso, ironico, Albini lavora incessantemente, sorretto da un codice morale che lo accompagna nel corso di tutta la sua carriera. Crede fermamente nel ruolo sociale dell’architetto come professione a servizio della gente. Lo considera la ragione stessa della sua esistenza.

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LO STUDIO ALBINI OGGI

Lo studio milanese, fondato nel 1930 da Franco Albini, si caratterizza per un approccio all’architettura intesa come “artigianato razionalizzato”, cioè come tradizione artigianale mediata razionalmente dalla produzione industriale. Nel 1952, con l’associazione di Franca Helg, lo studio si arricchisce di nuove competenze e sensibilità progettuali. Dal 1962 lo studio Albini-Helg si avvale della collaborazione di Antonio Piva e dal 1965 di Marco Albini, assumendo nel 1975 la denominazione “Studio di architettura Franco Albini, Franca Helg, Antonio Piva, Marco Albini.” Dal 1990 al 2000 lo studio diventa “Marco Albini, Antonio Piva associati” e dal 2004 “Studio Albini Associati Marco Albini e Francesco Albini”.
Lo Studio è quindi ormai arrivato alla terza generazione ma continua nella linea e nel metodo perseguendo i valori di modernità e innovazione.
Continuità non significa imitazione delle forme ma coerenza con un metodo di progettazione che presuppone specifici atteggiamenti nei confronti del mondo e di se stessi. Continuità di metodo più che continuità di stile. “E’ un modo di fare architettura – racconta Francesco Albini – non autocelebrativo, ma onesto ed etico. Credo sia importante assicurare la continuità di questo modo di intendere l’architettura come mestiere che possa contribuire al miglioramento della qualità della vita delle persone”.
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